Siamo arrivati al terzo appuntamento del ciclo dedicato allo spazio sacro. Nei primi due articoli ci siamo concentrati sulla definizione di spazio sacro e sulla pulizia degli ambienti. Adesso vogliamo cerchiare di capire il significato non solo utile o emotivo, ma anche (e soprattutto) energetico degli oggetti che “abitano” le nostre case. Perché Non si tratta di avere poco o tanto, ma di avere ciò che è vivo.

 

di Claudia Tani

 

Ogni oggetto che possediamo racconta una storia. A volte è la storia di chi eravamo, di chi amavamo, di ciò che sognavamo. Altre volte è la storia di ciò che abbiamo temuto, trattenuto, evitato. Gli oggetti ci parlano. Alcuni ci nutrono, ci ispirano, ci riconnettono al nostro centro.
Altri ci appesantiscono, ci confondono, ci trattengono in stanze dell’anima che non abitiamo più. Abitare uno spazio sacro implica entrare in una relazione consapevole con ciò che lo riempie. Ogni tanto è necessario fermarsi e ascoltare. Non solo gli oggetti, ma ciò che provano in noi: nostalgia, gioia, senso di colpa, affetto, rabbia, vuoto. Quell’ascolto è già trasformazione.
Non si tratta di minimalismo, né di svuotare per il gusto del vuoto, ma di discernere ciò che è vivo da ciò che è morto. Ciò che vibra con noi adesso da ciò che appartiene a una pelle che abbiamo già cambiato.

La spiritualità del risveglio ci insegna che l’accumulo è spesso un tentativo inconscio di trattenere il passato, mentre il vuoto eccessivo può essere una paura di impegnarsi con il presente. Entrambe le polarità — il troppo e il troppo poco — sono squilibri da osservare con compassione.

Ascoltare la casa come un corpo

La casa ha organi simbolici. C’è un “cuore” nella zona più vissuta, un “apparato digestivo” nella cucina, un “sistema nervoso” nella rete di connessioni elettriche e comunicative. Ci sono organi vitali e spazi dormienti. Quando accumuliamo oggetti inutilizzati, polverosi, rotti o carichi di vecchie emozioni, è come se creassimo ristagno, blocco, congestione nel corpo della casa — e quindi nel nostro.
Pulire, alleggerire, lasciar andare è come fare un detox energetico. È una medicina sottile.

Pasqua come invito al discernimento

Ogni volta che affrontiamo una pulizia importante – come i cambi di stagione, o le famose pulizie pasquali – permettiamo che negli spazi che abbiamo svuotato possa essere accolta nuova luce, possa “ritornare” nuova vita. Solo lasciando andare ciò che è “morto”, infatti, possiamo fare spazio alla risurrezione. Questo vale anche per la casa: non possiamo rinascere se siamo circondati da ciò che non siamo più.

Possiamo immaginare ogni oggetto come una domanda:
“Mi nutri o mi trattieni?”
“Mi parli di chi sono o di chi ero?”
“Vibri con la mia nuova frequenza?”

Anche se non si agisce subito, solo porsi queste domande è già iniziare un processo di risveglio.

 

Pratica semplice: discernimento oggettuale

  • Scegli un oggetto della tua casa al quale sei legato ma che non usi o guardi quasi mai.
  • Osservalo. Tienilo tra le mani. Chiudi gli occhi e ascolta cosa ti dice.
  • Chiediti: “Se lo lasciassi andare, cosa sentirei?”“Se lo tenessi, che spazio occupa?”
  • Puoi decidere di metterlo da parte per 7 giorni. Se non lo cerchi, se non ti manca, forse è pronto per volare via.

 

Pratica avanzata: metodo Marie Kondo per ordinare per risvegliare lo spirito

 

Liberare la casa è come liberare il cuore: si fa spazio alla gioia.

 

Marie Kondo, nel suo approccio alla casa e agli oggetti, parte da una domanda semplicissima ma potentissima: “Questo oggetto mi dà gioia?” (Does it spark joy?)

Questa domanda, in apparenza innocente, è in realtà una forma di divinazione del presente:
ci chiede di entrare in contatto con il nostro stato interiore, con le nostre emozioni, con la nostra energia.

Non si tratta di capire se una cosa è utile, ma se è viva per noi.
Se vibra ancora in sintonia con chi siamo oggi.

Il metodo KonMari può essere letto come una vera e propria liturgia domestica:

  • Si comincia con un saluto alla casa: ringraziarla per averci accolti, proprio come si fa all’ingresso di un tempio.
  • Poi si procede per categorie, non per stanze. Questo richiama l’idea che ciò che conta non è il luogo fisico, ma la relazione simbolica che abbiamo con le cose.
  • Ogni oggetto viene toccato, ascoltato, interrogato. Si entra in dialogo con l’energia che porta, e la domanda sulla “gioia” è simile alla lettura energetica usata nella magia naturale. Se un oggetto non emette più luce, non ha più una funzione rituale, va restituito alla Terra o all’energia.
  • Quando si decide di lasciarlo andare, si ringrazia. Non si butta via: si accompagna con gratitudine nel suo ciclo di liberazione. Da questo punto di vista, questo atto di liberare non è impoverire, ma creare il vuoto sacro che può essere abitato dalla nuova luce. Proprio come nel simbolismo pasquale: il sepolcro vuoto è il preludio alla resurrezione. Il vuoto è quindi uno spazio di rinascita.

In questo senso, è una pratica di consapevolezza profonda, di discernimento, di riconnessione al presente.

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